Cortile Nostalgia di Giuseppina Torregrossa- Recensione

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A Palermo c’è una piazzetta abitata dalla magia, dove ogni notte sette fate, una chiù bedda di n’autra, rapiscono i passanti per condurli verso luoghi lontani e poi riportarli a casa, storditi dalla meraviglia, alle prime luci dell’alba. E in questo cortile che vive Mario Mancuso, nel cuore dell’Albergheria, tra le abbanniate dei mercanti di Ballarò e i rintocchi del campanile di Santa Chiara. Orfano, ha conosciuto solo l’affetto di zia Ninetta, che però lo abbandona al primo giro di vento, inseguendo i propri sogni. L’incontro con Melina è la sua occasione per ritrovare in una nuova famiglia il calore che il destino gli ha negato. Per lei, bella e infelice, quel ragazzo rappresenta la libertà da due genitori che l’hanno educata più alle privazioni che all’amore. Lo sposo però deve partire per Roma, dov’è stato assegnato come carabiniere semplice, così le nozze sono celebrate in fretta e furia, e con la stessa voracità vengono consumate. Forse soltanto un figlio può colmare la distanza tra marito e moglie, sempre in bilico tra tenerezza e passione; ed è così che nasce Maruzza. A legarli sarà una sottile nostalgia, la stessa che gli abitanti della piazzetta, di Paesi e colori diversi, curano ogni sera con i piatti cucinati dalla donna che tutti chiamano Mamma Africa e che sembra avere lo stesso dono delle sette fate. Con un romanzo corale e pieno di vita, Giuseppina Torregrossa racconta la necessità innata di essere accolti in un abbraccio: quello di una madre, un marito, un amico, o una città che sappia tenere aperte le porte anche nella notte.

Mi sento di dire, visto la mia conoscenza dei romanzi dell’autrice, che questo è il meno riuscito dei suoi scritto per mia personale percezione. Parto subito con il dirvi cosa ne penso e cosa mi ha trasmesso. Ho trovato il romanzo ben scritto, come sempre, un romanzo che congiunge perfettamente l’italiano con il dialetto siciliano, attraverso modi di dire e anche atteggiamenti e modi di fare, i personaggi sono ben delineati, tutti con un carattere diverso e spigoloso, tutti i protagonisti, maschili e femminili cosi come secondari e prim
ari, sono descritti con dovizia di particolari e al tempo stesso sono ben caratterizzati a seconda del proprio vissuto. In queste poche pagine ognuno di loro ha un piccolo spazio che si ritagliano e dove prende vita, la loro vita. Partiamo dal protagonista maschile Mario,una bomba ad orologeria, una piccola “minicicciola” (termine siciliano che indica una bomba piccola) pronta ad esplodere qualora le cose non andassero per il verso giusto. Aspirante carabiniere, aspirante marito,aspeirante padre che fallisce lì ogni prova, facendo diventare il personaggio pesante, prolisso e a mio parere eccessivamente negativo. Poi abbiamo Melina,ragazza 16enne che si ritrova sposata con il povero Mario,un matrimonio “bianco”,come si suol dire, un matrimonio che non verrà consumato se non sotto l’occhio della violenza. Da questa violenza nasce Maruzza che così come è nata, cosi cresce. Se nei primi anni della sua vita vede l’amore crescere grazie a zia Ninetta,quando questa se ne va, cresce con una madre apatica che ha come unico obiettivo il comprare una lavatrice. Maruzza è forse quella che definirei il personaggio antitesi del romanzo,quello che dovrebbe riscattare le sorti di una famiglia alquanto disastrata, ma che in realtà non fa altro che continuare il cerchio di “rabbia” che la famiglia Mancuso ha costruito anno dopo anno. Palermo fa da sfondo a tutto questo, o perlomeno un quartiere di Palermo,e anche se l’autrice,nelle note, dice che Palermo doveva essere la protagonista, io ho percepito solo quel senso claustrofobico di rabbia, gelosia,omertà e solerzia.
In poche parole il romanzo mi è piaciuto, come tutti la Torregrossa non si smentisce per il suo stile di scrittura evocativo, ma addosso mi ha lasciato una forte amarezza!

 

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